Riotta: guerra senza regole. Polito: ma la vera crisi è educativa
«Non voglio entrare nel dettaglio della polemica tra Eugenio Scalfari e Ferruccio De Bortoli - dice a ilsussidiario.net Gianni Riotta, direttore del “Sole 24 Ore” -. Ma è un fatto che la polarizzazione politica è penetrata anche nell’informazione, ed è un gran peccato. Perché i mali che per anni abbiamo denunciato nella politica, oggi scopriamo che purtroppo sono penetrati nel giornalismo».
In molti hanno fatto i conti come se la bocciatura del lodo Alfano chiudesse una lunga parentesi, cominciata con Noemi Letizia. Ma si sono sbagliati, perché pare proprio che ne abbia aperta un’altra, e ancor più virulenta. Eugenio Scalfari ha chiamato a raccolta le ultime energie della società civile, le forze residue di quella parte del paese che non vuole rassegnarsi all’imminente dittatura del premier. “Il Caimano si prepara per l’ultima spallata”, è il titolo dell’editoriale di domenica del fondatore di “Repubblica”. Occorre contrastare quella «miscela formidabile di populismo, demagogismo e culto della personalità» che Berlusconi sta somministrando agli italiani e di cui questi, per la maggior parte, non si rendono conto. Non hanno imparato la lezione della storia: «quell’innamoramento verso il demagogo è una costante che spesso è diventata dominante e alla fine ha precipitato il paese nel peggio». Ecco perché quei giornali che pure «sono in fisiologica concorrenza tra loro» dovrebbero fare «blocco comune» contro il comune nemico. Ma l’appello del canuto giornalista non raccoglie l’adesione di Ferruccio De Bortoli. Male, molto male dice Scalfari, perché non ha capito qual è la posta in gioco: la libertà di stampa e dunque la libertà tout court.
Il direttore del “Corriere della Sera”, infatti, non ci sta. Il suo giornale non ha lesinato critiche al premier, come non ha omesso di riportare per primo la vicenda delle escort a Palazzo Grazioli. Poiché però ritiene di avere come primo compito quello di informare i lettori, non ha mancato di ricordare alcuni successi dell’azione di governo. «Un giornale non è un partito», ha scritto De Bortoli in risposta a Scalfari nell’editoriale sul “Corriere” di lunedì.
Accade così che lo scontro tra poteri che sta inquinando la politica - Berlusconi contro il Quirinale, “Repubblica” contro Berlusconi, Berlusconi contro la stampa straniera e la Consulta -, si propaga ai due maggiori quotidiani italiani. Le reazioni sono forti. «È il momento di fermarci» - ha detto ieri Giampaolo Pansa al “Corriere”. «Il Paese è diviso in due blocchi che si odiano - dice il giornalista -, si scomunicano a vicenda, si combattono senza esclusione di colpi». Insomma stiamo tornando ai più cupi anni ’70. Riotta conferma la diagnosi: «lo schema è purtroppo molto semplice: quando sei mio amico hai ragione, ma quando non sei mio amico, hai torto».
De Bortoli reca un dispiacere a Scalfari perché ammette che «il pluralismo c’è, nonostante tutto». Però dice che «le regole di base di questa professione sono saltate. Chi non si mette un elmetto e si schiera è un traditore o un venduto». «Ho fatto il direttore del Tg1 - racconta Riotta - e ricordo molto bene che se andava in onda un politico del centrodestra, quelli del centrosinistra dicevano il giorno dopo che ci eravamo venduti. Il clima è guasto. E il conflitto di interessi di Berlusconi non ha mai aiutato, da questo punto di vista, perché ha esasperato lo scontro. La battuta di Berlusconi su Bindi è stata deprecabile, però chi con pazienza andasse a guardare il trattamento che gli organi di informazione della sinistra, soprattutto di quella più radicale, hanno riservato alle donne leader del centrodestra troverà altri elementi altrettanto deprecabili».
Ad essere preoccupato è anche Antonio Polito, direttore del “Riformista”. «C’è un tentativo quasi “militarizzato” di zittire tutte le voci che non sono schierate da una parte o dall’altra, che non partecipano a questa guerra civile, che sono disposti a considerare le ragioni altrui. Berlusconi è uno dei massimi protagonisti di questa situazione - spiega Polito - perché confonde costantemente la libertà d’informazione per partigianeria politica. Quando il “Corriere” ha dato conto delle inchieste che lo riguardano, è stato bollato come giornale di sinistra. Ma tra gli oppositori del premier c’è un gruppo che ragiona in modo manicheo, per cui sono buoni solo quelli che si oppongono a Berlusconi facendo professione di antiberlusconismo militante. Nel mio piccolo - racconta il direttore del “Riformista” - anch’io sono stato colpito: al Tg1, invitato a dire quello che pensavo del caso De Bortoli, ho detto che Berlusconi aveva gravemente sbagliato nell’attaccarlo, ma ho aggiunto che difendevo De Bortoli anche da Scalfari. Risultato: ieri Scalfari ha chiesto alla Rai una “punizione” nei confronti del Tg1 perché ha dato la parola a qualcuno che non la pensa come lui».
«Viviamo - prosegue Riotta - la stessa degenerazione che ha denunciato Obama nella sua campagna elettorale. Dobbiamo riportare un clima di civiltà nello scontro politico. Non eliminare lo scontro, ma rispettare le regole. La prima è che l’arbitro non si tocca. La seconda, c’è un limite nello scontro con gli avversari che non va oltrepassato. È un limite che abbiamo smarrito. I primi sono stati i politici, poi i giornalisti con i politici dello schieramento avversario, e adesso i giornalisti tra di loro». «Non possiamo non rispettare alcune regole di civiltà comune - conferma Polito -. Il ruolo del capo dello stato innanzitutto. Poi la stampa: il “Riformista” fa opposizione, ma non ha mai inteso sfruttare le inchieste giudiziarie per rovesciare un governo eletto».
Su questo punto insiste anche Riotta. «Chi attacca Berlusconi in modo così violento rischia di perdere di vista, anche se nel merito della critica può aver ragione, che Berlusconi è stato eletto perché ha avuto davvero la capacità di convincere la maggioranza degli italiani sulla base di un programma, e che la sinistra ha perso perché non ha saputo proporre una politica alternativa. Credere di vincere le elezioni solo perché si fa una battuta felice su Berlusconi, o perché in 200mila firmano una petizione, è un’idea propagandistica ed ingenua». Ma i giornali stranieri sono “di sinistra”, come dice il capo del governo, o no? «Spesso i giornalisti stranieri sono ipercritici, ma a volte conoscono male la realtà del nostro paese - dice Riotta -. Pensiamo comunque a come hanno trattato Clinton, o Chirac, o Prodi quand’era presidente della Commissione europea. Oggi però c’è un’esagerazione nel criticare Berlusconi, nella quale si manifesta un pregiudizio anti-italiano diffuso».
Resta comunque l’impressione che nessuna “campagna” di stampa, che venga dal Ft o dal País, faccia più danni di quanti riusciamo noi a procurarne a noi stessi, prime vittime di un bipolarismo che non riesce ad imboccare la via della politica, della sola politica, lasciandosi alle spalle la guerra delle fazioni. «Siamo ancora un paese ideologico - spiega Riotta - e purtroppo non possiamo liberarci dell’ideologia in quindici giorni, se pensiamo che il fascismo lo abbiamo inventato noi e che per cinquant’anni abbiamo avuto il partito comunista più forte dell’occidente. Di strada ce n’è ancora molta da fare».
«Ma in realtà qui di ideologico - ribatte Polito - c’è ben poco. Possiamo leggere la storia politica degli ultimi quindici anni come uno scontro sempre uguale a se stesso, in cui i massimi protagonisti sono tutto sommato due imprenditori, Berlusconi e De Benedetti, che si combattono senza quartiere. L’Italia è sotto l’effetto di questo sortilegio paralizzante e l’emergenza non è mai stata così grave. Si organizza una manifestazione per il contratto di Travaglio, ma non per i morti di Messina. Il paese reale sta alla finestra, tutto sommato indifferente ad uno scontro che alla fine, credo, non sposterà un voto. L’opposizione ha abdicato ad un ruolo politico, il parlamento è “militarizzato”, i parlamentari sono “anime morte”. Sì - conclude Polito - c’è un’emergenza educativa. La scuola c’entra in minima parte, qui ne va della nostra coscienza civile». Imperversano i cattivi maestri, quelli che «intossicano l’aria», come dice Pansa. «Nel paese ci sono ancora delle autorità morali che andrebbero seguite. Il presidente della Repubblica, dal quale viene costantemente un appello a metter la testa “sulle carte”, sui problemi del paese che sono tanti e gravi. E la Chiesa. Penso al “buon vivere civile a cui tutti dobbiamo tendere” di cui ha parlato di recente il cardinale Bagnasco. Un appello decisamente inascoltato dagli attori politici e dall’informazione».
L’8 settembre, insomma, continua, e forse all’estero lo hanno capito.
sussidiario.net
In molti hanno fatto i conti come se la bocciatura del lodo Alfano chiudesse una lunga parentesi, cominciata con Noemi Letizia. Ma si sono sbagliati, perché pare proprio che ne abbia aperta un’altra, e ancor più virulenta. Eugenio Scalfari ha chiamato a raccolta le ultime energie della società civile, le forze residue di quella parte del paese che non vuole rassegnarsi all’imminente dittatura del premier. “Il Caimano si prepara per l’ultima spallata”, è il titolo dell’editoriale di domenica del fondatore di “Repubblica”. Occorre contrastare quella «miscela formidabile di populismo, demagogismo e culto della personalità» che Berlusconi sta somministrando agli italiani e di cui questi, per la maggior parte, non si rendono conto. Non hanno imparato la lezione della storia: «quell’innamoramento verso il demagogo è una costante che spesso è diventata dominante e alla fine ha precipitato il paese nel peggio». Ecco perché quei giornali che pure «sono in fisiologica concorrenza tra loro» dovrebbero fare «blocco comune» contro il comune nemico. Ma l’appello del canuto giornalista non raccoglie l’adesione di Ferruccio De Bortoli. Male, molto male dice Scalfari, perché non ha capito qual è la posta in gioco: la libertà di stampa e dunque la libertà tout court.
Il direttore del “Corriere della Sera”, infatti, non ci sta. Il suo giornale non ha lesinato critiche al premier, come non ha omesso di riportare per primo la vicenda delle escort a Palazzo Grazioli. Poiché però ritiene di avere come primo compito quello di informare i lettori, non ha mancato di ricordare alcuni successi dell’azione di governo. «Un giornale non è un partito», ha scritto De Bortoli in risposta a Scalfari nell’editoriale sul “Corriere” di lunedì.
Accade così che lo scontro tra poteri che sta inquinando la politica - Berlusconi contro il Quirinale, “Repubblica” contro Berlusconi, Berlusconi contro la stampa straniera e la Consulta -, si propaga ai due maggiori quotidiani italiani. Le reazioni sono forti. «È il momento di fermarci» - ha detto ieri Giampaolo Pansa al “Corriere”. «Il Paese è diviso in due blocchi che si odiano - dice il giornalista -, si scomunicano a vicenda, si combattono senza esclusione di colpi». Insomma stiamo tornando ai più cupi anni ’70. Riotta conferma la diagnosi: «lo schema è purtroppo molto semplice: quando sei mio amico hai ragione, ma quando non sei mio amico, hai torto».
De Bortoli reca un dispiacere a Scalfari perché ammette che «il pluralismo c’è, nonostante tutto». Però dice che «le regole di base di questa professione sono saltate. Chi non si mette un elmetto e si schiera è un traditore o un venduto». «Ho fatto il direttore del Tg1 - racconta Riotta - e ricordo molto bene che se andava in onda un politico del centrodestra, quelli del centrosinistra dicevano il giorno dopo che ci eravamo venduti. Il clima è guasto. E il conflitto di interessi di Berlusconi non ha mai aiutato, da questo punto di vista, perché ha esasperato lo scontro. La battuta di Berlusconi su Bindi è stata deprecabile, però chi con pazienza andasse a guardare il trattamento che gli organi di informazione della sinistra, soprattutto di quella più radicale, hanno riservato alle donne leader del centrodestra troverà altri elementi altrettanto deprecabili».
Ad essere preoccupato è anche Antonio Polito, direttore del “Riformista”. «C’è un tentativo quasi “militarizzato” di zittire tutte le voci che non sono schierate da una parte o dall’altra, che non partecipano a questa guerra civile, che sono disposti a considerare le ragioni altrui. Berlusconi è uno dei massimi protagonisti di questa situazione - spiega Polito - perché confonde costantemente la libertà d’informazione per partigianeria politica. Quando il “Corriere” ha dato conto delle inchieste che lo riguardano, è stato bollato come giornale di sinistra. Ma tra gli oppositori del premier c’è un gruppo che ragiona in modo manicheo, per cui sono buoni solo quelli che si oppongono a Berlusconi facendo professione di antiberlusconismo militante. Nel mio piccolo - racconta il direttore del “Riformista” - anch’io sono stato colpito: al Tg1, invitato a dire quello che pensavo del caso De Bortoli, ho detto che Berlusconi aveva gravemente sbagliato nell’attaccarlo, ma ho aggiunto che difendevo De Bortoli anche da Scalfari. Risultato: ieri Scalfari ha chiesto alla Rai una “punizione” nei confronti del Tg1 perché ha dato la parola a qualcuno che non la pensa come lui».
«Viviamo - prosegue Riotta - la stessa degenerazione che ha denunciato Obama nella sua campagna elettorale. Dobbiamo riportare un clima di civiltà nello scontro politico. Non eliminare lo scontro, ma rispettare le regole. La prima è che l’arbitro non si tocca. La seconda, c’è un limite nello scontro con gli avversari che non va oltrepassato. È un limite che abbiamo smarrito. I primi sono stati i politici, poi i giornalisti con i politici dello schieramento avversario, e adesso i giornalisti tra di loro». «Non possiamo non rispettare alcune regole di civiltà comune - conferma Polito -. Il ruolo del capo dello stato innanzitutto. Poi la stampa: il “Riformista” fa opposizione, ma non ha mai inteso sfruttare le inchieste giudiziarie per rovesciare un governo eletto».
Su questo punto insiste anche Riotta. «Chi attacca Berlusconi in modo così violento rischia di perdere di vista, anche se nel merito della critica può aver ragione, che Berlusconi è stato eletto perché ha avuto davvero la capacità di convincere la maggioranza degli italiani sulla base di un programma, e che la sinistra ha perso perché non ha saputo proporre una politica alternativa. Credere di vincere le elezioni solo perché si fa una battuta felice su Berlusconi, o perché in 200mila firmano una petizione, è un’idea propagandistica ed ingenua». Ma i giornali stranieri sono “di sinistra”, come dice il capo del governo, o no? «Spesso i giornalisti stranieri sono ipercritici, ma a volte conoscono male la realtà del nostro paese - dice Riotta -. Pensiamo comunque a come hanno trattato Clinton, o Chirac, o Prodi quand’era presidente della Commissione europea. Oggi però c’è un’esagerazione nel criticare Berlusconi, nella quale si manifesta un pregiudizio anti-italiano diffuso».
Resta comunque l’impressione che nessuna “campagna” di stampa, che venga dal Ft o dal País, faccia più danni di quanti riusciamo noi a procurarne a noi stessi, prime vittime di un bipolarismo che non riesce ad imboccare la via della politica, della sola politica, lasciandosi alle spalle la guerra delle fazioni. «Siamo ancora un paese ideologico - spiega Riotta - e purtroppo non possiamo liberarci dell’ideologia in quindici giorni, se pensiamo che il fascismo lo abbiamo inventato noi e che per cinquant’anni abbiamo avuto il partito comunista più forte dell’occidente. Di strada ce n’è ancora molta da fare».
«Ma in realtà qui di ideologico - ribatte Polito - c’è ben poco. Possiamo leggere la storia politica degli ultimi quindici anni come uno scontro sempre uguale a se stesso, in cui i massimi protagonisti sono tutto sommato due imprenditori, Berlusconi e De Benedetti, che si combattono senza quartiere. L’Italia è sotto l’effetto di questo sortilegio paralizzante e l’emergenza non è mai stata così grave. Si organizza una manifestazione per il contratto di Travaglio, ma non per i morti di Messina. Il paese reale sta alla finestra, tutto sommato indifferente ad uno scontro che alla fine, credo, non sposterà un voto. L’opposizione ha abdicato ad un ruolo politico, il parlamento è “militarizzato”, i parlamentari sono “anime morte”. Sì - conclude Polito - c’è un’emergenza educativa. La scuola c’entra in minima parte, qui ne va della nostra coscienza civile». Imperversano i cattivi maestri, quelli che «intossicano l’aria», come dice Pansa. «Nel paese ci sono ancora delle autorità morali che andrebbero seguite. Il presidente della Repubblica, dal quale viene costantemente un appello a metter la testa “sulle carte”, sui problemi del paese che sono tanti e gravi. E la Chiesa. Penso al “buon vivere civile a cui tutti dobbiamo tendere” di cui ha parlato di recente il cardinale Bagnasco. Un appello decisamente inascoltato dagli attori politici e dall’informazione».
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Autore: ventodiponente
Categoria: NEWS
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mercoledì, 14.10.09 15:11:54
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